RECENSIONE THE CLASSMATES “BETWEEN THE LINES” (CD, 2017, AREA PIRATA RECORDS, 4/5)

Quello dei Classmates è un cd che da qualche giorno mi accompagna regolarmente nei miei viaggi in auto.

Perché?
Perché i dieci pezzi che lo compongono si lasciano ascoltare davvero molto bene.
Perché si tratta di Power pop punk incazzato, classe 1976, e dunque con evidenti radici garage, e questo mi piace.
Perché i Classmates sono un trio che non si vergogna di mostrare la propria voglia di evoluzione stilistica rispetto alle proprie radici punk, ed apre anche a una ballata romantica (“A Long Distance Call”, uno dei 2 brani cantati da Ottavia).
E poi perché amo roba tipo Undertones e Buzzcocks, gruppi a cui i Bolognesi, giunti al secondo album (sempre su Area Pirata) si ispirano apertamente.
Tra i 10 brani, registrati in due momenti diversi a inizio e fine 2016, segnalo senza dubbio la opening track (“Clerks”), così come “City Lights” (forse il pezzo più punk del disco, in cui Undertones e Buzzcocks mostrano chiaramente la propria influenza….) e “You Move”, colonna sonora da party selvaggio anni 60. Ma il pezzo che preferisco è senza dubbio la conclusiva “Animals”, che funge da classica ciliegina sulla torta.
I know it's only rock 'n' roll but I like it, like it, yes, I do
(Riki Signorini)

I brani

SIDE A

1)      Clerk                                    
2)      What's The Matter With Me           
3)      Secret Party                                  
4)      Livin' On                              
5)      You Move

SIDE B
                                           
1)      City Lights                           
2)      Building                               
3)      A Long Distance Call                     
4)      Close To Your Eyes                       
5)      Animals                               

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RECENSIONE TOP SECRET “S/T” (CD, 2017, CAESTUS RECORDS, 4/5)

Sotto il monicker Top Secret si cela un gruppo Punk di cui, manco a dirlo, si sa poco o niente, se non che proviene da Pisa, è formato da quattro giovanissimi, e che è all’esordio con un EP omonimo.
Proviamo allora a svelare noi qualcosa, aggiungendo che il bassista è il fratello di Enrico, chitarrista degli SBS dei quali ci siamo occupati QUA, e che dei sei pezzi proposti tre superano abbondantemente la prova, quelli più propriamente punk, mentre gli altri, più virati verso l’indie con tocchi metal, mi piacciono un po’ meno.
In particolare il disco inizia molto bene con “Person Change”, brano che parte come un pezzo Oi degli anni 80 inglesi senza cori, poi si trasforma in un punk rock old school che poteva ben figurare sulla compilation Raptus negli anni 80, e poi muta ancora, a dimostrare una complessità compositiva notevole per un combo di giovanissimi. In questo primo pezzo non mi dispiace neppure la voce, che invece dopo diventa a mio parere uno dei punti deboli del gruppo, troppo pulitina e tendente al metal per piacermi davvero.
Mi piace molto anche la successiva “Old Style”, che inizia con bel un riff alla “No Eroina” dei Bloody Riot, ma ancora più apprezzo la conclusiva “You Are Paranoid”, grazie ad una voce meno posata è più aggressiva, ed a un bel coro “da concerto”.
In poche parole un bel demo; ma l’eterogeneità di stili tra un brano e l'altro, ed anche all'interno dello stesso pezzo è, se vogliamo, anche un po' il limite della band. Ma i demo servono anche a mettersi alla prova ed avere consigli, se si ha voglia di accettarli, e il mio, per quel che vale, è quello di scegliere una strada più decisa. Io opterei per seguire quella dei brani punk, con una voce mixata in modo meno pulito, come dal vivo                       
(Riki Signorini)

I brani

1) Person Change
2) Old Style
3) The First Time I Have Loved You
4) The Apocalypse
5) Decisive Night
6) You Are Paranoid

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RECENSIONE COCKROACHES “REST IN PIECES” (CD, 2017, AREA PIRATA, 4/5)

Diciamolo subito, e togliamoci il dente…. I Cockroaches schiodano. E schioda il loro Voodoo Punkabilly popolato da zombie, lupi mannari ed altre creature simili, che tuttavia non disdegnano atmosfere surfeggianti, arricchito dalla voce cavernosa ed inquietante del Bandito Maldito.
Tredici i pezzi per questo secondo album del gruppo romano, ma io segnalo soprattutto l’iniziale “Hot Rod”, un bel pezzo in stile Cramps, “Dirty Fun” (rock’n’roll primordiale con un bel piano alla Jerry Lee Lewis), “Zombie Dancing” (ideale per un party a casa del diavolo col suo accelerare e rallentare), “Dog eat Dog”, la ramonesiana “Pussy  Pepper & Cheese” e la conclusiva (e surfeggiante) “C.O.C.K.R.O.A.C.H.E.S”.
Insomma, un disco di Rock’n’roll primordiale che piacerà a chi apprezza Cramps, Meteors, Bone Machine (addirittura qua appare il loro Jack Cortese), Ray Daytona e via discorrendo…

(Riki Signorini)

I brani

1) Hot Rod
2) Psychojungle
3) Problem
4) Dirty Fun
5) Zombie Dancing
6) Devil  
7) M.F.
8) Dog eat Dog
9) Bolle
10) Hands of the Devil
11) Rich’n’Poor
12) Pussy Pepper & Cheese
13) C.O.C.K.R.O.A.C.H.E.S

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RECENSIONE FOUR BY ART “INNER SOUNDS” (CD, 2017, AREA PIRATA/ART RECORDS, 4/5)

I Four By Art sono una delle primissime Mod bands Italiane, in giro da una vita (gli esordi risalgono all’84), eppure al loro attivo hanno appena due LP ed un EP d’esordio, "My mind in four sights", che è considerato un caposaldo del genere.

Oggi, grazie alla collaborazione con Artrecords e Area Pirata Records, tornano finalmente ad incidere un album, con una formazione assai rimaneggiata (degli esordi resta il solo bassista Filippo Boniello), anche a causa della tragica scomparsa di due membri originari, Demetrio e Elvis (a cui il nuovo album è dedicato).
Tredici le tracce incise tra il 2014 e il 2017 al Swanlake studio, che spaziano tra garage, neo-psichedelia, sixties e R'n'B, il tutto condito da una grinta che rende il disco molto divertente e piacevole da ascoltare.
Un solo brano in Italiano, ma si tratta di una splendida cover di “Allora Mi Ricordo” dei New Trolls che è per me il pezzo migliore del lotto, insieme ad “Home” e soprattutto a “I Ask You”.

Molto bella la confezione (digipack a 3 ante), colorata e psichedelica, opera dell’artista messicana Grace.

Notarella finale: tutto il materiale dei Four By Art è stato ristampato qualche anno fa da Area Pirata nel doppio cd “The Early Years” che racchiude anche il singolo e delle tracce dal vivo, e può essere acquistato QUA.
(Riki Signorini)

I brani

1.      Alive
2.      I Ask You
3.      I'm Burning
4.      Allora Mi Ricordo
5.      At Your Door
6.      I Sadly Understand
7.      Home
8.      Living For Today
9.      Sorry
10.  The Loop
11.  Take Your Time
12.  Sea Side Superstar
13.  Say Something

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RECENSIONE SVETLANAS “THIS IS MOSCOW NOT LA” (CD, 2017, RAD GIRLFRIEND RECORDS, 5/5)

Svetlanas? Di nuovo? Ebbene si, eccomi di nuovo a parlare di Olga e dei suoi compagni del KGB.
Di questa band composta da pericolosissimi esuli Russi rifugiati a Milano mi sono infatti già occupato svariate volte su Ribelli a Vita (col tasto search qua in alto a sinistra potete trovare tutte le volte che abbiamo parlato di Svetlanas con recensioni e interviste…), ed assieme al grande Heintz abbiamo intervistato due volte la frontman Olga su Garage Radio, una prima volta mentre erano in Tour negli USA (la potete trovare QUA) e poi per la puntata conclusiva della scorsa stagione di FERA (questa invece la trovate QUA)
Tutto ciò per dire che quando parlo di Svetlanas a mio parere parlo di uno dei migliori gruppi in circolazione nel mondo del punk rock, e non solo in Italia, anzi…
“This is Moscow not LA” è il loro nuovo LP, che parafrasa la celeberrima compilation Bostoniana del 1982 (chi non la conosce la ascolti QUA in tutto il suo splendore), e che vede aggiungersi al gruppo anche Nick Oliveri (QOTSA e Dwarves tra gli altri), un altro cattivissimo che con Olga e C. ha già suonato molto, almeno negli States….
Si, perché gli Svetlanas inspiegabilmente continuano a non attecchire in Italia, mentre Oltreoceano fanno davvero sfracelli (a giorni un nuovo lunghissimo tour), e questo resta per me un mistero inspiegabile.
Dunque l’ascolto di questo nuovo disco, il quarto in totale ma il primo dopo “Naked Horse Rider” del 2015, potrebbe aiutarvi a colmare una lacuna non trascurabile.
Dieci i pezzi presentati, tutti tiratissimi e punk rock as fuck, nei quali Olga canta sempre più carica e rabbiosa, con un accento che la fa sembrare sempre più una vera Sovietica.
Pezzi che, come sempre, oscillano tra Dwarves, Petrol Girls, GG Allin e

Motorhead.
Si inizia fortissimo con “Putin On Da Hitz” (“Dasvidania Human Rights!!”), e si prosegue senza soluzione di continuità, e soprattutto senza rallentare un attimo fino alla conclusiva “People Suck”, passando per  le anthemiche “Tell Me Why” e soprattutto “Let’s Get Drunk”, senza dimenticare “Put Your Middle Fingers Up” e “Where Is My Borscht”. Chiaramente segnalo anche la presenza di una cover dei Motorhead, “Speed Freak”, cantata dal buon Nick che offre un tributo al padrino della devastazione e degli eccessi, quel Lemmy a cui Olga e c. devono sicuramente molto.
E adesso spero di avere finalmente l’opportunità di vederli dal vivo, magari in Italia….
 (Riki Signorini)

I brani

1.       Putin On Da Hitz
2.       Lose Control
3.       Tell Me Why
4.       Let's Get Drunk
5.       Vodka N' Roll
6.       Negative Approach
7.       Speed Freak
8.       Put Your Middle Fingers Up
9.       Where Is My Borscht
10.    People Suck

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Dai Miei Polverosi Archivi: recensione RFC (anarchia sentimentale, 2/5, Kimera Records) e REMORSE (A Clown Smile, 3/5, Sanarecords)

Correva il 2004, ed I buon vecchio Riki (a quell tempo un po’ meno vecchio) recensiva due bands Italiche su Punkster…
Ecco a voi RFC e Remorse, esattamente come da recensione su Punkster numero 2

Gli RFC provengono da Caserta, sono giovanissimi, e, già dal nome scelto per il loro website (www.rfcskapunk.it) ci fanno capire che le loro preferenze musicali vanno dai Less Than Jake ai Persiana Jones, passando, aggiungo io, per Derozer e Pornoriviste. Niente di nuovo sotto il sole, dunque, ed anzi un dischetto decisamente vietato ai maggiori di 16 anni, pena il rigetto verso liriche decisamente adolescenziali e dalla metrica incerta, nonché una musica molto acerba con fiati non all’altezza. Peccato, perché “Una Mamma Punk” non sarebbe stato male, ma un pezzo su 13 mi sembra un po’ pochino….

Tutta altra aria (musicale) si respira invece nel nuovo CD dei Remorse, che segue di poco la ristampa del loro precedente “Balance Of Visions”. Purtroppo però stavolta i nostri non compiono il salto qualitativo-evolutivo che sarebbe stato lecito attendere, ed anzi fanno un passo indietro, pagando pegno ad una produzione non all’altezza. Brani molto tirati e sull’onda metal-core crossovereggiante, non particolarmente brillanti se si escludono la cover di “Got Time” degli Anthrax, che propongono in stile molto pesante (avete presente i Poison Idea?), e la conclusiva “Aisipain” che, cantata almeno in parte in Spagnolo, mi fa’ pensare che probabilmente i nostri renderebbero di più in Italiano.


(Riki Signorini)

Intervista ai Kina

Chi mi conosce da un po’ sa sicuramente del mio debole per i Kina.
Non a caso, quando mi decisi a riprendere di scrivere di musica, la prima recensione fu quella dei FRONTIERA, eredi naturali dei Kina, che potete leggere QUA.
Recentemente, poi, ho avuto l’onore di intervistare nel corso di Friday Extreme Rock Adventures (garage Radio) Sergio Milani e Giampiero Capra, rispettivamente batterista e basso dei Kina (e non solo), insieme al padrone di casa Heintz Zaccagnini ed a Antonio Cecchi (ex CCM).
Il risultato, come sempre quando ci sono di mezzo i due Aostani, è stata una serata piacevolissima, ricca di aneddoti e curiosità che potrete riascoltare attraverso il PODCAST cliccando QUA.
Siccome però il tempo è volato (nonostante avere tagliato due brani in scaletta, non ce l’abbiamo fatta a fare tutte le domande previste), abbiamo allora deciso di preparare un’intervista scritta, che finalmente siamo riusciti a completare.

1.  Partiamo dalle origini, o meglio dal vostro soprannome storico, “Huskers From The Mountains”. Secondo voi, montagna a parte, qual è la ragione di questo appellativo? Ve lo chiedo perché, come forse saprai, a me gli Husker Du non sono mai piaciuti più di tanto, mentre adoro i Kina, e l’accostamento non mi è mai stato chiaro.
Gianpiero: Ok e allora origini siano. Nel 1981 ero a Torino e tutti quelli che erano parte della nascenda scena si trovavano nel pomeriggio in un negozio di dischi che si chiamava Rock’n’Folk. Era il negozio dove Alberto Campo (poi divenuto giornalista musicale di rilievo oltre che conduttore radio prima di Radio Flash e poi Rai Radio 2) era il
commesso/suggeritore di acquisti. Non era un negozio qualunque. Si potevano ascoltare i dischi nelle cabine come in U.K. negli anni ’60, e lì arrivavano le uniche copie importate in Italia di dischi prodotti da etichette minuscole e super oscure. Lì ho acquistato il primo 7” degli Huskers, gli Adolescents, gli MDC, i Crass, i Discharge e ovviamente Land Speed Record degli Huskers. Quello è diventato subito un disco mitico per tutti. In tre, suonavano a manetta, cantavano tutti ed avevano un look ordinario; camicie a scacchi e jeans scoloriti. Quando nel giugno ’83 siamo rimasti in tre è parso naturale a noi pensare che si poteva fare, ma la cosa più clamorosa è stato che la prima volta che abbiamo suonato dal vivo in tre, ottobre ’83, tutti ci hanno subito visto come i cloni italiani degli Huskers. E come dargli torto del resto….
Sergio: Mah, a volte le cose succedono ed è difficile capire le dinamiche. Quando abbiamo
iniziato a suonare noi neppure sapevamo chi fossero gli Husker-Du e comunque fin da subito ci hanno detto che gli somigliavamo. Poi abbiamo ascoltato i loro dischi e abbiamo capito che probabilmente tutto veniva dal fatto che eravamo un trio, come loro, che tutti e tre cantavamo, come loro, che come musica uscivamo dal punk hardcore canonico che si suonava all’epoca, e che, anche esteticamente, non rappresentavamo lo stereotipo punk. Insomma, si, effettivamente l’accostamento era facile.
Poi i Negazione hanno fatto il 45 giri “Tutti Pazzi”, alla cui produzione io avevo contribuito dando 200.000 lire.
Oggi sembra una cazzata, ma per me era stato un grosso sacrificio perché era un terzo del mio stipendio, che era uno stipendio da fame e comunque di soldi ce n’erano veramente pochi in generale tanto che anche 200.000 lire erano una cifra importante. Grazie a quei soldi il dischetto era uscito, e nei ringraziamenti noi eravamo citati come Huskers from the Mountains. Ecco, da quel momento il marchio ce lo siamo trovato piacevolmente addosso.

2.   C’è un disco dei Kina a cui siete più legati?
GP: Difficile questa domanda. Sono i nostri pargoletti di vinile, come si fa a fare delle
preferenze?
Devo dire che ultimamente ho riascoltato “Nessuno schema nella mia vita”, la stampa su vinile uscita nel ’94 della cassetta uscita nell’84. Adesso lo trovo bellissimo, avevamo una carica ed una spontaneità veramente inusuali. E poi io so in che condizioni l’abbiamo registrato; temperatura media 15 gradi, la musica registrata tra le 10 e le 18 e le voci tra le 19 e le 24 di una domenica di marzo nella stalla che era la nostra sala prove.
Pensandoci adesso avevamo veramente fisico e una motivazione granitica.
S: Ogni nostro disco è molto differente dagli altri che lo precedevano e rappresenta una fase della nostra esistenza e del nostro percorso.
“Irreale Realtà” era l’urgenza dello sputare tutto subito e nella maniera più sgarbata tutta la nostra rabbia. Cercando era la scoperta del fatto che anche le canzoni punk potevano avere una struttura, una melodia, la scoperta di altra musica come il metal.
“Se ho vinto se ho perso” faceva il punto della situazione (nostra ma anche di quello che succedeva intorno). Il punk così come lo avevamo vissuto aveva perso la sua spinta iniziale già da molto tempo, era diventata un’altra cosa che non sempre coincideva con quello che eravamo noi, e anche noi eravamo diventati un’altra cosa. Cominciavamo ed essere dei “veterani” in mezzo a schiere di gruppi sempre più giovani che spesso non avevano il nostro vissuto ma che ci consideravano un punto di riferimento. È un disco molto triste. Oddio, non è che gli altri facessero morire dal ridere, però in qualche modo erano dischi che facevano riferimento ad una scena, erano rivolti alla scena. Se ho vinto non è più rivolto soltanto ai punk; io l’ho sempre considerato come un grido d’aiuto di chi si guarda intorno e comincia a non riconoscere più quello che lo circonda, per Gianpiero forse era più uno sbattere in faccia a tutti l’incoerenza che stava crescendo all’interno del ostro piccolo mondo, un po’ il rivendicare Noi ci siamo ancora, forse è la cosa giusta, forse no, ma ci siamo ancora; e voi, cosa state facendo? Incredibilmente è il disco dei Kina che ha avuto più successo, quello più innovativo e creativo.
“Parlami ancora” vede l’entrata nei Kina di Stefano Giaccone e Marco Brunet (Alberto aveva abbandonato). È un disco molto ben suonato e ben strutturato sotto la direzione di Marco e Stefano che hanno fatto un gran lavoro tecnico e artistico.
“Città invisibili” è l’ultimo. A mio parere è il disco più maturo dei Kina, ci sono delle canzoni bellissime, è stato suonato nel miglior modo possibile. Come al solito è un disco triste e in una scena dove flower punk stava imperversando assieme al metal core e al grind forse eravamo fuori scala. Erano comunque passati 15 anni dagli esordi e il 3/4 dei ragazzi che veniva ai concerti non aveva conosciuto la scena degli anni 80. Città invisibili suona molto rock, ma rimane sempre un gran disco punk.

3.   I Kina hanno legato la loro vicenda a band che vanno dai CCM (con i quali se non sbaglio avete fatto il primo tour) ai Franti (con Lalli e Giaccone avete anche collaborato a lungo). A quale di questi due estremi vi sentite più affini? E c’è una band, in Italia o nel resto del mondo, alla quale vi sentite più legati?
S: Ci sono delle persone che istintivamente senti più vicine di altre e con le quali senti di condividere molte cose, ecco, per me le persone che tu hai citato sono tra quelle.
Con i Franti abbiamo sempre avuto un rapporto speciale; ci si frequentava spesso, si facevano molti concerti assieme, ci sentivamo uniti.

Coi CCM pure; fin da subito sono state persone con cui mi sono trovato a mio agio. Gentili, estremamente corretti e generosi (… e non sono qualità così comuni anche nella scena). Ci si vedeva poco sovente, ma non c’era bisogno di essere sempre vicini.
Forse queste due bands rappresentano i due estremi della forcella in cui vivevamo. Personalmente credo che non ci sia una band a cui mi sento più legato ma ci sono tante bands che mi sono piaciute parecchio, e non solo per la musica che facevano.
GP: A quei tempi era normale collaborare con tutti, o quasi tutti. Nel momento in cui si condivideva il terreno della autoproduzione di diventava fratelli e lo si restava anche se l’autoproduzione sfumava.
Coi CCM abbiamo fatto il nostro terzo giro in Europa. Il primo ce lo siamo fatto in solitaria con la Dyane si Sergio nel luglio ’84 in Germania, il secondo in dicembre ’84 con la mia
FIAT 127 ancora in Germania ma questa volta coi Contrazione (mi facevo due concerti a serata…) ed il terzo in Olanda, dicembre ’85 con CCM e Negazione. Sono state serate pazzesche, a Venlo il concerto era in diretta radio, a noi il pogo esagerato ha smontato la batteria e non c’è rimasto che tuffarci con gli strumenti sul mucchio selvaggio che si era creato sul palco, coi CCM sono venute giù le casse dell’impianto e per poco non è finito tutto lo show.
Coi Franti era un po’ diverso. Si collaborava per le idee musicali e per i gruppi. Abbiamo fatto un 12” con 5 pezzi dove noi suoniamo e Lalli e Stefano cantano, “Kina & Howth Castle”, poi Stefano ha lavorato tantissimo con noi per “Se ho vinto, se ho perso”, e quel disco è così speciale anche grazie a lui e poi lui stesso è stato uno del gruppo dal ’90 al ’93 ed ha inciso i pezzi di “Parlami Ancora”.
Con chi siamo più legati? Difficile da dire, abbiamo attraversato ere geologiche nell’hard core. Abbiamo fatto i primi concerti coi Kollettivo di Torino e gli ultimi con i Free Yourself di Düsseldorf, in mezzo abbiamo incrociato centinaia di gruppi.
Forse i nostri fratelli per sempre sono rimasti quelli dei primi tempi, Negazione, CCM, Impact, Wretched e Franti, ma so di essere ingiusto.

4.   Qualche anno fa (2012?) vi siete riuniti per una serata. Pensate che il futuro possa regalarci altre sorprese del genere?
GP: Si, in realtà tra il 2004 ed il 2012 abbiamo fatto alcune di queste serate. Non so se lo rifaremo, siamo molto presi dalle nostre vite. Si vedrà.
S: Quella è stata un’occasione speciale, si trattava della serata di presentazione ad Aosta del libro American Punk Hardcore, al quale Gianpiero ed io avevamo collaborato scrivendo nella postfazione quella che era stata l’esperienza dei Kina nell’arco temporale preso in considerazione dal libro. Per quell’occasione speciale Zazzo aveva cantato con noi alcuni pezzi e molti amici erano venuti un po’ da tutta Italia. È stata una bella serata, ma non credo sarà più possibile ripeterla.

5.   I Kina sono uno dei gruppi punk italiani più coverizzati, ed ultimamente Sergio ha preso parte attivamente alla realizzazione di “brandelli d'Italia” degli Shandon. C’è una versione di un vostro pezzo che vi piace più di altre?

S: A me piace ascoltare le cover dei Kina fatte da altri gruppi, a volte le trovo molto belle, altre le trovo banali e un po’ inutili.
Gli Shandon hanno fatto un buon lavoro e un altro gruppo che mi è molto piaciuto sono stati i Midori (sono di Ivrea); in entrambi i casi abbiamo collaborato con qualche coretto e qualche frase cantata e devo dire che l’esperienza è stata divertente.
In ogni caso si è trattato di riproposizioni molto fedeli all’originale. C’è però un gruppo che ha preso “Questi Anni” e ne ha fatto un piccolo capolavoro di originalità. Si tratta dei No Guru, ovvero alcuni Ritmo Tribale assieme a Xabier Riondino. La migliore versione. Bellissima.
GP: A me è sempre molto piaciuta la cover di “Questi anni” fatta dai Negazione.

6.   I Kina hanno anche fatto cover di brani altrui. Quale vi piace di più?
GP: Trovo sempre molto bella “Chicago” di Crosby Still Nash & Young che abbiamo fatto uscire in un 7”, in copertina c’era la foto di un murale del Macchia Nera!
S: Non siamo mai stati dei grandi coverizzatori, ma quelle che più mi hanno appassionato sono state le due canzoni degli Husker Du (“First of the last calls” e “In a free land”) inserite nella compilation “Land Speed Sonic” e “Chi mi aiuterà dei Ribelli”, la cui unica versione registrata è sul 7” split Kina/De Crew uscita per la collana In prima fila.

7.   Questa è specifica per Sergio: Pensando a Sergio si pensa inevitabilmente ai Kina, ma tu sei stato o sei ancora anche Frontiera, superjack, ombra e altre cose cosa ancora. Che stai facendo in questo momento, e a quali progetti ti senti più legato?
S: Si, non riesco a distaccarmi dalla musica e dalla scena. Credo ci siano ancora tante cose
da dire che mi riesce difficile dire Basta … o forse è semplicemente successo che quello che ho vissuto fin’ora è stato così intenso e totalizzante da impedirmi di avere una vita normale.
Semplificando molto le cose posso dire che i Frontiera sono stati la naturale prosecuzione dei Kina mentre i Superjack sono nati come un divertimento molto stimolante durato dal 1994 al 2000, che poteva avere dei risvolti interessanti … solo che per i miei soci era troppo faticoso pensare di andare in giro a suonare e hanno preferito interrompere.
Con la fine dei Frontiera ho iniziato a riavvicinarmi alla musica folk e alle atmosfere irlandesi. D'altronde erano dei gruppi interessanti in giro che avevano saputo coniugare folk, tradizione e punk; io li trovavo molto stimolanti. Così ho  raggruppato una manciata di amici, alcuni provenivano dalla musica tradizionale, altri da esperienze punk (tra cui Marco Brunet, già coi Kina negli anni ‘90), ho lasciato la batteria per passare alla voce … e poi anche al banjo, e abbiamo iniziato gli Ombra.
L’associare folk, tradizione e punk crea una miscela stimolante. Ai nostri concerti la gente si diverte un sacco ed è una buona occasione per far passare messaggi importanti e intelligenti. Con il tempo la formazione si è un po’ modificata e ora comprende André Aguettaz (proveniente dai Wandering) alla chitarra acustica, Christian Rossi (degli Avatara) alla chitarra elettrica, Andrea Robin alla fisarmonica e Marco Machet (ex Coda di Lupo) al basso. Il posto di batterista è attualmente vacante, per cui se qualcuno si volesse offrire, noi siamo in campagna acquisti.

8.  Tra le vostre molteplici attività, un posto di spicco spetta sicuramente a Blu Bus / Circus. L’etichetta (o le etichette) esiste ancora?
S: Blu bus non esiste più. Era nata come etichetta pirata nel 1983 e si era trasformata in cooperativa nel 1992 per chiudere i battenti nel 1998. Legata a Blu Bus c’è sempre stata la’attività di Subvert Tapes, di Circus, e ora, ritornando un po’ alle origini, Wic.
Nell’insieme sono stati prodotti oltre 70 dischi e una quantità di cassette. Tra le cose più importanti abbiamo prodotto Franti, 6 Minute War Madness, Impact, Ariadigolpe, Eversor, Shaa, Nuvola Blu, Tempo Zero; abbiamo coprodotto Peggio Punx, Ifix Tcen Tcen, Stinky Rats. E poi ovviamente Kina, Frontiera, Superjack e Ombra.
Non è detto che non si possa presentare l’occasione per riproporre il marchietto Blu Bus per qualche nuova uscita. In tanti ci chiedono di non abbandonare il simbolino dell’autobus che fila a tutta birra su e giù per i monti.
GP: Io e Sergio abbiamo fatto partire Blu Bus insieme a Stefano Giaccone, questa è diventata velocemente grande e abbiamo avuto la malsana idea di fare una cooperativa per avere strumenti migliori ed efficaci per mandare avanti il tutto. Idea pessima. Io, Sergio, Michele e Romeo ci siamo ammazzati di lavoro per 6 anni, prima di arrivare a capire che da un lato eravamo odiati da quasi tutti per aver creato una ditta, e dall’altro che eravamo diventati una macchina per pagare tasse ed utenze, obiettivi che non avevano nulla a che fare con gli obiettivi di Blu Bus.
La cooperativa è stata chiusa nel dicembre ’98. Da allora molti dischi giacciono nella cantina di Sergio. A qualcuno interessano?

9.  In un momento di massimo fulgore per quanto riguarda la riscoperta dell’hardcore old school italiano, mentre si ristampano Wretched, Negazione e CCM tra gli altri, è in previsione qualcosa anche per i Kina?
S: A grande richiesta abbiamo appena ristampato in vinile “Se ho vinto se ho perso”.
Il disco era esaurito già da tempo e in tantissimi ci chiedevano di ristamparlo. Alla fine abbiamo deciso di farlo, anche per calmierare i prezzi delle copie che circolavano nelle varie distribuzioni di collezionisti. La ristampa è assolutamente uguale all’originale e l’unico intervento fatto consiste nella rimasterizzazione del suono (volti principalmente ad eliminare alcuni click dovuti alla sincronizzazione dei macchinari dell’epoca, che un orecchio allenato poteva sentire in cuffia).
Grafica interna ed esterna sono state mantenute, è stata migliorata la grammatura del cartoncino e del vinile. Ah dimenticavo, i dischi sono stati cellophanati.
Per il futuro l’idea è di rendere di nuovo disponibile la maggior parte del materiale Kina esaurito. Credo sia una buona cosa da fare.
GP. Certo!!!!! Abbiamo appena ristampato “Se ho vinto se ho perso”. Tutto super DIY, come al solito i finanziatori siamo io e Sergio e le copie dei dischi stanno nelle nostre case. Se interessa una copia scriveteci, vi arriverà a casa il solito pacco fatto coi cartoni che recuperiamo di fianco a cassonetti. Abbiamo sempre fatto così…

10.  Questa è per Gianpiero: Un paio di anni fa è stato pubblicato “Come macchine impazzite Il doppio sparo dei Kina” scritto da te e Stephania Giacobone. Cosa ne pensi? Sei soddisfatto di quello che è venuto? Secondo te il libro riesce a far capire quella che è stata la vostra storia? E che ne pensi di quello che ha scritto Stephania?

GP: Quel libro è stata una bella esperienza. Ho fatto molte presentazioni in giro per l’Italia ed è stato bellissimo incontrare di persona tanti giovani ragazzi/e che volevano sentire raccontare le nostre storie. In quelle presentazioni ho incontrato anche un po’ di amici che non vedevo da tempo e con cui abbiamo condiviso un po’ di racconti, Andrea Pomini, Marco Pandin, Ettore Valmassoi, Michele Berselli, Antonello di Fasano. 
La presenza di Stephania aveva il senso di attualizzazione. Si era pensato a percorsi paralleli a distanza di 25 anni. Adesso penso che l’esperimento non sia riuscito al meglio. Oggi avrei fatto altre scelte. Chissà se farò una seconda edizione?

11.  E per finire il classico: avete qualcosa da aggiungere, o da raccomandare alle nuove leve del punk?
GP: Cosa vuoi che possa dire oggi, a 55 anni, ad un ragazzo di 20? Cosa so del suo mondo, delle sue speranze tradite delle sue illusioni sbeffeggiate?
Ho poco da dire, la generazione dei ventenni di oggi è schiacciata dalla corruzione e dal nepotismo dei miei coetanei.
La gente della mia età dirige aziende che trattano questi ragazzi come oggetti, pedine da spostare per avere finanziamenti e sgravi fiscali disinteressandosi completamente del loro
destino e delle speranze delle loro famiglie. Noi non abbiamo cambiato il mondo, la mia generazione lo sta soffocando in una nuvola di CO2, cosa posso dire ai giovani se non: “fate la vostra vita e scusateci, se lo potete fare, abbiamo fallito”.
S: Quello che io dico sempre è di essere curiosi, ascoltare, andare ai concerti, comprare i dischi dalle distribuzioni, sostenere la scena alternativa, frequentare di più i centri sociali e non troppo i locali patinati. Ecco, poche cose, ma buone.

12.   Beh, che dire, grazie Kina, grazie di tutto….
GP: Grazie a te che tieni questa piccola candela accesa….



PS: FOTO PRESE ON LINE, SPERO CHE NESSUNO SI SENTA OFFESO SE NON METTO I CREDITS SE NON PER GAETANO LO PRESTI E MATEO BOSONETTO, CHE HO INDIVIDUATO.
PER GLI ALTRI SE POTETE AIUTARMI VI RINGRAZIO DA ORA.